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Ricette > pizze, focacce, quiche

Leggende di fiori, piante e montagne - La leggenda delle rose


Tutti sanno che le vette delle Dolomiti si tingono, al crepuscolo, di un bellissimo color rosa: strano riflesso luminoso, che dura pochi momenti e si spegne quasi d’un tratto. Alpenglühen lo chiamano i tedeschi, e i ladini Enrosadira. Questa fugace apparizione di luce rosata ha in ogni tempo eccitato la fantasia dei montanari; e alla montagna dove essa è più bella e più viva i tedeschi hanno dato il nome di giardino delle rose (Rosengarten). La storia del giardino delle rose ci è narrata da una vecchia leggenda, nella quale si confondono elementi germanici e reto-ladini.

Nel buon tempo antico, quando gli uomini non si odiavano né si uccidevano fra loro, la grande montagna che si vede a levante di Bolzano non era, come ora, aspra e nuda: era anzi facile e dolce, e tutta mirabilmente fiorita di rose rosse. Fra le rose abitava un popolo di Nani, sul quale regnava, amato sovrano, re Laurino. Nell’interno del monte erano scavati lunghi corridoi e grandi sale, che racchiudevano tesori favolosi. Non mura e non palizzate difendevano l’accesso di questo incantevole regno: soltanto un filo sottile di seta ne tracciava tutt’intorno il confine.
Un giorno Laurino venne a sapere che un re suo vicino aveva una figlia di mirabile bellezza, e decise di domandarla in isposa. Tre Nani ambasciatori partirono per chiedere la mano della principessa Similda. Arrivati che furono al castello reale, il soldato di guardia alla porta, Vìtege, non voleva lasciarli passare: costretto a farlo, aprì con mala grazia e disse ai suoi compagni:
«E’ senza esempio la sfacciataggine di questi Nani: si considerano nostri pari. Se fossi il re, li farei bastonare e mettere alla porta, questi ambasciatori da ridere.»
Ma il vecchio eroe Ildebrando, saviamente lo fece tacere.
Intanto i tre Nani esponevano al re il loro messaggio. Il re li accolse cortesemente, ma la principessa, interrogata, respinse la proposta; e i tre piccoli ambasciatori dovettero lasciare il castello, rattristati d’essere costretti a portare un rifiuto al loro sovrano.
Se ne rallegrò il cattivo Vìtege, e gridò loro parole di scherno. Ma i Nani, che eran pronti di lingua, risposero per le rime: Vìtege, furioso, appena si fece buio li inseguì, li raggiunse in un bosco a mezza strada e uccise uno di loro. Gli altri due fuggirono e corsero a raccontare l’accaduto a re Laurino.
Il re dei Nani era anche un incantatore potente: con le sue arti magiche riuscì a rapire Similda e a condurla nel cavo della sua montagna. E per sette anni la tenne prigioniera, senza che i famigliari di lei riuscissero ad avere alcuna notizia.
Passati sette anni il fratello di Similda scoprì il luogo dove la bella principessa era rinchiusa. Subito voleva partire con i suoi uomini per liberarla; ma Ildebrando, il vecchio guerriero, lo ammonì che re Laurino era un avversario troppo forte perchè egli potesse vincerlo da solo; e, dietro suo consiglio, il principe decise di chiedere aiuto a Teodorico da Verona, l’eroe famoso. Teodorico si dichiarò pronto ad assumere l’impresa. Partirono accompagnati da Vìtege ed altri guerrieri, e presto giunsero in vista della montagna coperta di rose: pareva loro d’esser già molto vicini, ma soltanto dopo lungo cammino arrivarono al filo di seta che cingeva l’immenso roseto. Era mezzogiorno. Sotto il caldo sole d’estate fiorivano le rose, meravigliosamente rosse e profumate.


Disse allora il forte Teodorico: «Contro chi devo combattere? Non vedo guerrieri, né mura, né difese: vedo soltanto un filo di seta, che io non posso né voglio violare. Vi propongo di mandare un messo a trattare con re Laurino. »
Queste parole di pace irritarono Vìtege; violento, balzò avanti, strappò il filo e calpestò le rose. Immediatamente, fra i fiori schiantati e sfogliati, comparve un omettino armato da capo a piedi, che aveva sul capo una corona d’oro. Era Laurino, il re dei Nani: brandiva una piccola lancia e si volgeva minaccioso contro Vìtege. Tutti i cavalieri del giovane principe risero; solo non rise Ildebrando, che gridò a Vìtege di guardarsi. Ma Vìtege disse allegramente: «Vieni, vieni qui, nanerottolo, che io ti prenda per i piedi e ti sbatta contro la roccia.»
Le cose però non andarono proprio come Vìtege credeva: i due avversari lottarono e in breve Vìtege si trovò così a mal partito che dovette chiamare in aiuto Teodorico. Teodorico accorse e Ildebrando gli gridò dietro: «Laurino ha una cintura che gli dà la forza di dodici uomini; strappagliela e la vittoria sarà tua. »
Teodorico seguì il buon consiglio e in un momento ebbe vinto il Nano. Allora si avanzò il fratello di Similda e domandò conto della principessa.
«Similda sta nella mia montagna – rispose Laurino – Ha grandi sale per abitare e dame per servirla; nessun male le è stato fatto, siatene sicuro. »
«Conducimi da lei e mettila immediatamente in libertà, - gridò il cavaliere - se non vuoi che ti tagli la testa.»
Ma Teodorico, l’eroe, non tollerò che si parlasse così duramente al piccolo Laurino, e ne fece rimprovero a Vìtege e al giovane principe. I cavalieri presero parte chi per Vìtege e chi per Teodorico e vennero alle mani fra di loro.
Allora si aprì nella roccia una porta, che nessuno prima di quel momento aveva veduta, e ne uscì Similda, seguita dalla schiera delle sue donne. La principessa si rallegrò di rivedere il fratello, e ringraziò lui e i compagni di averla liberata; ma aggiunse che Laurino era buono e leale, che l’aveva sempre onorata come una regina: ora essi dovevano stringere amicizia con lui e non più combatterlo né essergli ostili.
Piacquero queste parole al forte Teodorico; porse la mano a Laurino e impose agli altri guerrieri di seguire il suo esempio. Tutti lo fecero, ad eccezione di Vìtege, il quale salutò bruscamente e si allontanò adirato.
Re Laurino disse: «Ora che siamo amici, entrate nella mia montagna; voglio mostrarvi i miei tesori e darvi ospitalità.»
I cavalieri accettarono volentieri l’invito cortese e seguirono Laurino nell’interno del monte. Ai loro occhi stupiti apparvero mirabili cose: il regno dei Nani conteneva tesori inestimabili e opere d’arte di molto pregio. In una grande sala una tavola ricchissima era preparata per gli ospiti, e i Nani con canti e con danze rallegrarono il convito. Così passarono lietamente le ore fino a notte. Allora re Laurino fece togliere le mense e condusse gli ospiti a riposare; e in breve tutto il regno dei Nani fu addormentato.
Ma la mezzanotte era appena scoccata quando un Nano corse ad avvertire il re che Vìtege, con una schiera di armati, saliva cautamente fra le rose, per tentar di sorprendere i Nani nel sonno. Seguito dai suoi, re Laurino si slanciò fuori dalla sua dimora sotterranea, e dopo una breve violenta lotta Vìtege e i suoi furono ricacciati giù per la montagna. I Nani, vincitori, ripresero la via di casa, non pensando ad altro che a riprendere il sonno interrotto.
Ma intanto il vecchio Ildebrando, udito il rumore della battaglia, aveva destato i suoi gridando al tradimento. In men che non si dica tutti furono armati e occuparono le porte.
Ora accadde che quando Laurino tornò dal combattimento,trovando i suoi ospiti desti ed in armi, credette che fra essi e Vìtege vi fosse stata una perfida intesa, e assalì i cavalieri con amari rimproveri. Così si venne di nuovo alle armi e la lotta questa volta fu terribile. A un cenno di Laurino, i Nani indossarono cappe che li rendevano invisibili, e riuscirono così a vincere i loro più forti avversari. Li avvinsero con catene, li chiusero in un sotterraneo e tornarono a dormire.
Ma Teodorico, l’eroe, fu preso da tale furore che dalla bocca gli uscirono fiamme. Con quel fuoco fuse le sue catene, e una volta libero pote’ sciogliere i compagni dalle loro. Intanto Similda veniva in segreto alla prigione, portando per ciascuno un anello magico, che rendeva nullo il potere delle cappe; così che quando i Nani, assaliti d’improvviso, ricorsero ad esse, sicuri di rendersi invisibili, furono ridotti a mal partito dai guerrieri che, grazie agli anelli fatati, li vedevano perfettamente.
Re Laurino, sentendosi perduto, mandò a chiamare in fretta cinque Giganti, che abitavano sopra una montagna vicina, e che arrivarono in un momento in aiuto dei loro minuscoli amici. Si riaccese più terribile la lotta: ma il forte Teodorico e i suoi compagni furono questa volta vincitori e condussero via, prigioniero, re Laurino. Lo chiusero in una vecchia casa solitaria e gli diedero Vìtege per custode.
Così Laurino aveva perduto il regno ed era ridotto nelle più misere condizioni. Vìtege lo maltrattava, i soldati addetti alla sua sorveglianza lo schernivano: spesso lo legavano con una lunga corda a un palo e lo costringevano a cantare e ballare per divertire gli uomini d’arme, che si ridevano di lui.
La dura prigionia di re Laurino durò molti anni.
Una sera d’inverno Vìtege e un altro soldato erano di guardia presso l’infelice re dei Nani. Giocavano ai dadi sopra un tamburo e bevevano grandi boccali di birra, senza darsi pensiero di Laurino, che avevan legato al palo con una corda di cuoio. Per scaldarsi avevano acceso un gran fuoco: e sia per la birra bevuta, sia per il buon tepore diffuso dalla fiamma, poco prima dell’alba si lasciarono pendere dal sonno. Laurino allora si accostò al focolare; e tenne sulla cenere ardente la corda di cuoio finché non fu consumata. Liberato dai legami, fuggì dalla prigione senza esser visto da nessuno. Dopo lungo cammino giunse fra le sue montagne. Ma quando, a una svolta della valle, gli apparve il bel giardino di rose, rosso splendente al di sopra dei boschi, re Laurino disse:
«Son le rose che mi hanno tradito. Se gli uomini non le avessero viste, non avrebbero mai scoperto il mio regno.»
E per renderlo invisibile, Laurino trasformò in pietra tutto il roseto e fece un incantesimo, che le rose non potessero vedersi né di giorno né di notte.
Ma nell’incantesimo il re Nano aveva dimenticato il crepuscolo, che non è giorno e non è notte: così ogni sera, dopo il tramonto si rivedono le rose rosse del giardino incantato. Allora gli abitanti della montagna escono dalle capanne e guardano e ammirano, e, per un attimo solo, nelle loro menti inconsapevoli sorge una confusa intuizione del buon tempo passato, quando gli uomini non si odiavano né si uccidevano e tutte le cose erano più belle e più buone.
E quando il Rosengarten si spegne e le sue punte di pietra ridiventano chiare e fredde, gli uomini rientrano in silenzio, presi da indefinita tristezza, nelle loro capanne fumose.



Tratto da: “I monti pallidi”
Di Carlo Felice Wolff
Ed. Cappelli








Data creazione : 03/07/2008 @ 9:41 PM
Ultima modifica : 12/02/2010 @ 4:28 PM
Categoria : Leggende di fiori, piante e montagne
Pagina letta 3169 volte


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Fonte:
Il Planetario di Ravenna
Lat. 44° 24' 55"
Long. 12° 12' 25"

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