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Da: “IL GIARDINO DEI FINZI-CONTINI" di Giorgio Bassani
(...) Quando la larghezza dei viali e dei sentieri lo consentiva, pedalavamo appaiati. Spesso io guidavo con una mano sola, tenendo l’altra appoggiata al manubrio della sua bicicletta. Nel mentre parlavamo: di alberi, soprattutto, almeno da principio. In materia non sapevo nulla, o quasi, e la cosa non finiva mai di meravigliare Micòl. Mi guardava come se fossi un mostro. “Possibile che tu sia così ignorante?”, esclamava. “L’avrai pure studiata, al liceo, un po’ di botanica!” “Sentiamo”, chiedeva poi, già preparandosi a inarcare le sopracciglia dinanzi a qualche nuova enormità. “Potrei sapere, per favore, che specie di albero Lei pensa che sia, quello laggiù?” Poteva riferirsi a tutto: a onesti olmi e tigli nostrani, come a rarissime piante esotiche, africane, asiatiche, americane, che soltanto uno specialista sarebbe stato capace di identificare: giacché c’era di tutto, al Barchetto del Duca, proprio di tutto. Io, comunque, rispondevo sempre a vanvera: un po’ perché non sapevo sul serio distinguere un olmo da un tiglio, e un po’, anche, perché m’ero accorto che niente le faceva tanto piacere come sentirmi sbagliare. Le sembrava assurdo, a lei, che esistesse al mondo uno come me, il quale non nutrisse per gli alberi, “i grandi, i quieti, i forti, i pensierosi”, gli stessi suoi sentimenti di appassionata ammirazione. Come facevo a non capire? Come tiravo avanti a vivere, senza sentire? C’era in fondo alla radura del tennis, per esempio, ad ovest rispetto al campo, un gruppo di sette esili, altissime Washingtoniae graciles, o palme del deserto, isolate nei confronti della retrostante vegetazione (scuri alberi di grosso fusto, da foresta europea: querce, lecci, platani, ippocastani), e con attorno, anzi, un bel tratto di prato. Ebbene, ogni qualvolta, in bicicletta, passavamo dalle loro parti, Micòl aveva per il gruppo solitario delle Washingtoniae sempre nuove parole di tenerezza. “Ecco là i miei sette vecchioni”, poteva dire. “Guarda che barbe venerande, hanno!” Sul serio - insisteva -: non parevano, anche a me, sette eremiti della Tebaide, asciugati dal sole e dai digiuni? Quanta eleganza, quanta “santità”, in quei loro tronchi bruni, secchi, curvi, scagliosi! Parevano altrettanti San Giovanni Battista, veramente, nutriti solo di locuste. Senonché le sue simpatie non erano affatto circoscritte agli alberi esotici: alle palme di varia specie, alle Howaeniae dulces, produttrici di deformi tuberetti pieni di una polpa dal sapore di miele, alle agavi a foggia di “candelabro della menoràh”, le quali - mi spiegava – fioriscono una volta sola, ogni venti, venticinque anni, e poi muoiono, agli eucalipti, alle Zelkoviae sinicae, dal piccolo tronco verde maculato d’oro (nei confronti degli eucalipti, anzi, né mi disse mai perché, aveva una specie di strana diffidenza: come se tra lei e “loro” fosse corso in anni lontani qualcosa di poco piacevole, da non rivangare). Per un platano enorme, infatti, dal tronco biancastro e bitorzoluto più grosso di quello di qualsiasi altro albero del giardino, e, credo, dell’intera provincia, la sua ammirazione sconfinava nella riverenza. Naturalmente non era stata la “nonna Josette”, a piantarlo; bensì Ercole I d’Este in persona, chissà, o Lucrezia Borgia. “Capisci? Ha quasi cinquecento anni!”, sussurrava, sbarrando gli occhi. “Pensa un po’ quante ne deve aver viste, di cose, da quando è venuto al mondo!” E sembrava che gli occhi e le orecchie ce li avesse anche lui, il grosso bestione, il platano gigantesco: occhi per vederci, e orecchie per ascoltarci. Per gli alberi da frutta, ai quali era riservata una larga fascia di terreno immediatamente a ridosso della Mura degli Angeli, e a motivo di ciò, oltre che esposta al sole, ben riparata dai venti del nord, Micòl nutriva un affetto molto simile – avevo notato - a quello che mostrava nei riguardi di Perotti e di tutti i membri della sua famiglia. Me ne parlava, di quelle umili piante domestiche, con la stessa bonarietà, con la stessa pazienza; e tirando fuori il dialetto, molto spesso: il dialetto che, nei rapporti con le persone, adoperava soltanto trattando con Perotti, appunto, o con Titta e Bepi, quando ci succedeva di incontrarli, e ci fermavamo a scambiare qualche frase. Di rito, ogni volta, era la sosta davanti a un grande prugno dal tronco poderoso come quello d’una quercia: il suo prediletto. “Il brògn sèrbi”, le prugne acerbe, che faceva quel prugno là - mi raccontava -, le parevano straordinarie, da bambina. Le preferiva, allora, a qualunque cioccolatino Lindt. Poi, verso i sedici anni, aveva smesso di colpo di sentirne voglia, non le erano piaciute più, e adesso, alle “brogne”, preferiva i cioccolatini Lindt e non Lindt (quelli amari, però, esclusivamente quelli amari!). Così le mele erano “i pum”; i fichi, “i figh”; le albicocche, “il mugnàgh”; le pesche, “il pèrsagh”. Non c’era che il dialetto per parlare di queste cose, Soltanto la parola dialettale le permetteva, nominando alberi e frutta, di piegare le labbra nella smorfia fra intenerita e sprezzante che il cuore suggeriva.(...)


Data creazione : 14/07/2005 @ 6:37 PM
Ultima modifica : 03/05/2009 @ 2:40 PM
Categoria : Giardini letterari
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