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Da: "L'AMANTE DI LADY CHATTERLEY" di David H. Lawrence
(…)Piccoli sprazzi di sole, stranamente luminosi, facevano capolino infuocando le celidonie ai bordi del bosco sotto i noccioli che sfolgoravano di un giallo acceso. E il bosco era immobile, fermo, con i raggi di sole che si infiltravano a sprazzi. Erano sbocciati i primi fiori selvatici e i pallidi anemoni che traboccavano sul ruvido suolo sembravano irradiare al bosco il loro biancore. “Il mondo è impallidito al tuo respiro…”(*), ma questa volta era il respiro di Persefone, risalita dagli inferi in un algido mattino. Connie fu raggiunta da aliti di vento gelido e da folate che furibonde si impigliavano ai rami, e il vento stesso rimase avvinghiato pur tentando, come Assalonne, di liberarsi. E gli anemoni, che tentavano di scrollarsi le nude spalle bianche sopra le crinoline verdi, come erano infreddoliti! Ma cercavano di resistere, come alcuni ciuffi di primule sbiadite dai gialli boccioli che si stavano schiudendo. Il fragore furente del vento era in alto; a terra giungevano solo folate gelide. Nel bosco Connie si sentì stranamente rinvigorita, le guance ripresero colore e l’azzurro degli occhi si ravvivò. Camminò a rilento, fermandosi a cogliere qualche primula e le prime viole, così dolci e così fredde, e continuò a inoltrarsi senza una meta precisa, fino a quando non giunse a una radura in fondo al bosco e vide un casolare dalle pietre chiazzate di verde, ma quasi rosato come l’interno di un fungo, con le pareti intiepidite da uno sprazzo di sole. Alla porta, chiusa, uno sfolgorio di gelsomini gialli. Non si sentiva alcun suono, dal comignolo non fuoriusciva fumo, e nessun cane latrava. Si diresse silenziosamente sul retro della casa dove il terreno era rialzato. La scusa buona l’aveva: vedere i narcisi. Ed eccoli, i narcisi dallo stelo corto che fluttuavano e guizzavano e palpitavano luminosi e vivi, senza sapere dove nascondere le corolle su cui il vento infieriva. Brillanti e lucenti, le agitavano in spasmi di disperazione. Ma forse non erano infelici; forse gradivano essere staffilati dal vento. Constance si mise seduta con la schiena sul tronco di un giovane pino che ondeggiò vibrante, ergendosi potente e flessibile. Vigoroso ed eretto con la punta volta al sole! Osservò le giunchiglie fulgenti di sole, di quel sole che le intiepidiva le mani e il grembo. Ne percepì il delicato profumo resinoso. E lì, sola e immobile, si lasciò andare alla corrente del suo destino. Era stata legata con una cima, scossa e sbatacchiata come una barca agli ormeggi. Adesso era libera e andava alla deriva. Col calar del sole il freddo si fece pungente. I narcisi, in ombra, chinarono il capo silenziosi. Così avrebbero passato il resto del giorno e la lunga notte gelida. Fragili, eppure così resistenti! Si rialzò, leggermente irrigidita, raccolse qualche narciso e scese il pendio. Non le piaceva strappare i gambi dei fiori, ma un paio di narcisi li voleva portare via. Doveva tornare a Wragby, tra quei muri che detestava, quei muri massicci e odiosi! Muri! Sempre muri! Eppure erano necessari, col vento che tirava. Quando rientrò, Clifford le chiese: “Dove sei stata?” “Ho attraversato il bosco. Guarda questi narcisi. Non sono deliziosi? Pensare che è dalla terra che nascono!” “Grazie anche all’aria e al sole”, replicò lui. “Si, però è la terra che li plasma”, ribattè Connie, sorpresa per la rapidità con cui lo contraddiceva. (…)
(*) da "Hymn to Proserpine" di Swinburne

(…)Subito dopo pranzo Connie si avviò nel bosco. La giornata era bellissima: i primi denti di leone come dei soli e le margherite così bianche! La macchia dei noccioli era un merletto di foglie parzialmente schiuse e di amenti ritti e lanuginosi. Le celidonie gialle spuntavano ovunque, spalancate, quasi schiacciate dalla radiosità del loro stesso fulgore. E dappertutto il giallo, il giallo esultante, prorompente d’inizio estate e le primule che traboccavano di pallido abbandono, non più timide. Il verde cupo e lussureggiante dei giacinti fluttuava in un mare di boccioli che si sollevavano come chicchi esangui di grano, mentre il sentiero si ammantava di vaporosi non-ti-scordar-di-me e di aquilegie che increspavano le corolle violacee. Sotto un cespuglio, teneri pezzetti azzurri di guscio di uccello. Dovunque viluppi di gemme ed esplosioni di vita! Il guardiacaccia non era al capanno. Intorno, un’atmosfera serena, con i fagianotti bruni che correvano briosamente. Connie si diresse verso il cottage; voleva vederlo. Il cottage le apparve in pieno sole, ai bordi del bosco. Nel giardinetto, accanto alla porta spalancata, erano sbocciati ciuffi di narcisi, mentre delle margheritine rosse abbellivano i lati del vialetto. Si udì il latrato di un cane e Flossie comparve sulla soglia. La porta spalancata … era in casa allora! E i raggi del sole che cadevano sul pavimento di mattoni rossi! Mentre camminava lungo il vialetto, Connie lo vide attraverso i vetri della finestra, seduto a tavola in maniche di camicia, che mangiava. La cagna guaì piano, scotendo lievemente la coda. Lui si alzò e si affacciò alla porta, pulendosi la bocca con un tovagliolo rosso e continuando a masticare. ”Posso entrare?”, chiese Connie. “Avanti!” (...)


Data creazione : 08/01/2006 @ 11:15 PM
Ultima modifica : 03/05/2009 @ 2:49 PM
Categoria : Giardini letterari
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