|

Da: "VA DOVE TI PORTA IL CUORE" di Susanna Tamaro
(…) Ieri ero così stanca che non sono riuscita a scrivere niente e neppure a leggere. Essendo inquieta e non sapendo cosa fare ho girato tutto il giorno tra la casa e il giardino. L’aria era abbastanza mite e nelle ore più calde mi sono seduta sulla panchina accanto alla forsizia. Intorno a me il prato e le aiuole erano nel più completo disordine. Guardandole mi è venuta in mente la lite per le foglie cadute. Quand’è stata? L’anno scorso? Due anni fa? Avevo avuto una bronchite che stentava ad andarsene, le foglie erano già tutte sull’erba, vorticavano di qua e di là trasportate dal vento. Affacciandomi alla finestra mi era venuta una grande tristezza, il cielo era cupo, c’era una gran aria di abbandono fuori. Ti ho raggiunta in camera, stavi distesa sul letto con le cuffie attaccate alle orecchie. Ti ho chiesto per favore di rastrellare le foglie. Per farmi sentire ho dovuto ripetere la frase diverse volte con voce sempre più forte. Hai alzato le spalle dicendo: “E perché mai? In natura nessuno le raccoglie, stanno lì a marcire e va bene così”. La natura a quel tempo era la tua grande alleata, riuscivi a giustificare ogni cosa con le sue incrollabili leggi. Invece di spiegarti che un giardino è una natura addomesticata, una natura-cane che ogni anno somiglia di più al suo padrone e che proprio come un cane ha bisogno di continue attenzioni, mi sono ritirata in salotto senza aggiungere altro. Poco dopo, quando mi sei passata davanti per andare a mangiare qualcosa dal frigo hai visto che piangevo ma non ci hai fatto caso. Solo all’ora di cena quando sei sbucata un’altra volta dalla stanza e hai detto “cosa si mangia?” ti sei accorta che ero ancora lì e ancora stavo piangendo. Allora sei andata in cucina ed hai cominciato ad armeggiare ai fornelli. “Cosa preferisci”, gridavi da stanza a stanza, “un budino di cioccolata o della frittata?” Avevi capito che il mio dolore era vero e cercavi di essere carina, di farmi in qualche modo piacere. La mattina dopo appena aperti gli scuri ti ho vista sul prato, pioveva forte, avevi indosso la cerata gialla e rastrellavi le foglie. Quando verso le nove sei tornata dentro ho fatto finta di niente, sapevo che più di ogni altra cosa detestavi quella parte di te che ti portava a essere buona. Stamattina guardando desolata le aiuole del giardino, ho pensato che dovrei chiamare proprio qualcuno per eliminare la trasandatezza in cui sono scivolata durante e dopo la malattia. Lo penso da quando sono uscita dall’ospedale eppure non mi risolvo mai a farlo. Con gli anni è nata in me una grande gelosia per il giardino, non rinuncerei per nulla al mondo ad innaffiare le dalie, a togliere da un ramo una foglia morta. E’ strano perché da giovane mi seccava molto occuparmi della sua cura: avere un giardino, più che un privilegio, mi sembrava una seccatura. Era sufficiente infatti che allentassi l’attenzione per un giorno o due perché subito, su quell’ordine così faticosamente raggiunto, si inserisse un’altra volta il disordine e il disordine più di ogni altra cosa mi dava fastidio. Non avevo un centro dentro di me, di conseguenza non sopportavo di vedere all’esterno ciò che avevo al mio interno. Avrei dovuto ricordarmelo quando ti ho chiesto di rastrellare le foglie! Ci sono cose che si possono comprendere a una certa età e non prima: tra queste il rapporto con la casa, con tutto ciò che ci sta dentro e intorno. A sessanta, a settant’anni improvvisamente capisci che il giardino e la casa non sono più un giardino e una casa dove vivi per comodità o per caso o per bellezza, ma sono il tuo giardino e la tua casa, ti appartengono come la conchiglia appartiene al mollusco che ci vive dentro. Hai formato la conchiglia con le tue secrezioni, incisa nelle sue volute c’è la tua storia, la casa-guscio ti avvolge, ti sta sopra, intorno, forse neanche la morte la libererà dalla tua presenza, dalle gioie e dalle sofferenze che hai provato al suo interno. (…)


Data creazione : 12/04/2006 @ 3:22 PM
Ultima modifica : 03/05/2009 @ 3:04 PM
Categoria : Giardini letterari
Pagina letta 1336 volte
Anteprima di stampa
Stampa pagina
|